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Valanga1937 \ Anniversario di una tragedia


Anniversario di una tragedia alpina 
a cura
di Alberto Bersani

E' il 5 giugno 1987, domenica. Un signore attempato, fisico asciutto, impermeabile chiaro, cappello alpino sul quale svetta la penna bianca degli ufficiali superiori (in gergo "la penna d'oca") sta parlando ad un pubblico di civili e di militari.  Alcuni di questi è in servizio, veste l'uniforme degli alpini, sono ufficiali e soldati, con loro vi è anche una piccola banda musicale del Corpo; altri lo sono stati, come denotano le tante penne nere che ornano il classico cappello dell'Arma portato da numerosi borghesi. Fra di essi si notano alcuni sindaci della zona, con fascia tricolore.

Generale Vittorio Rittatore e don Graziano Einaudi

Il generale Vittorio Rittatore commemora le vittime della valanga del 30 gennaio 1937,
in occasione del 50mo anniversario. Celebrante la S. Messa, don Graziano Einaudi,
oggi arciprete di Dronero.
(foto Alberto Bersani)

Le persone sono disposte a semicerchio sul declivio erboso misto a roccette che converge su una grande roccia dolomitica, sulla quale è fissata la grande lapide; hanno alle spalle le pendici nord-occidentali di Rocca la Meja, di fronte, là in basso, l'ultimo tratto del Vallone del Preit con le grange Servino. Unico rumore il fruscio del vento che sale dal fondo e porta ogni tanto il mormorare del torrente.

L'oratore ha voce ferma, ma angosciata. Il gestire è sobrio, nulla di più del movimento delle mani che frequentemente s'incontrano, si serrano l'una con l'altra, palma contro palma, poi si rilasciano e quindi si riprendono in un continuo gesto che sembra una preghiera.
"Io, allora giovane tenente, fui il primo ufficiale a giungere in questo luogo e a iniziare la ricerca dei dispersi".  La voce s'incrina e il generale Vittorio Rittatore, chiamato a distanza di cinquant'anni a rievocare la tragedia del sabato 30 gennaio 1937 con i suoi 23 morti, trattiene a stento le lacrime.

Cinquant'anni, un mezzo secolo dal quale l'Italia è uscita completamente trasformata: la democrazia al posto del fascismo, la repubblica al posto della monarchia. La società montanara si è dissolta, svuotata dalle morti in guerra e dallo sviluppo industriale; paesi e borgate sono a pezzi, scuole e botteghe chiudono, le parrocchie reggono perché pochi generosi preti riescono a "volare" da una sede all'altra affidandosi allo spirito di missione e alla resistenza delle loro utilitarie.

Cinquant'anni, mezzo secolo… eppure quella piccola folla di persone vive la rievocazione del generale Rittatore con incredibile partecipazione.  Vi è ancora, raro, qualche testimone di quel fatto, ma tutti conoscono la vicenda. Ne hanno sentito parlare in famiglia, in paese, negli incontri dell'ANA, l'associazione degli alpini.
Soprattutto ne hanno sentito parlare non solo in termini d'immane tragedia, ma anche di disgrazia evitabile ove si fosse dato ascolto alle indicazioni che la gente del luogo aveva ritenuto doveroso offrire ai militari. Da qui una ferita rimasta nell'animo dei protagonisti e trasferita alle generazioni subentranti, come una lacerazione di quel rapporto di solidarietà e fiducia tra militari e popolazione che ha sempre caratterizzato in particolare l'Arma alpina. Uno strappo nella circostanza ancora più sofferto: si trattava infatti di soldati del Battaglione Dronero e tra la popolazione del luogo vi era chi, come Pietro Ponzo, aveva da poco concluso il servizio proprio in quei reparti.

Se questa era l'atmosfera di quel mattino di giugno, come vi si era arrivati? L'iniziativa era partita dalla Comunità Montana Valle Maira, il cui presidente Ermanno Bressy (radici familiari nel vallone di Marmora) aveva ritenuto doveroso non lasciar trascorrere il cinquantesimo anniversario della "valanga della Meja" senza un segno concreto di attenzione e memoria. Con la sponda dell'amico Mario Cordero (ricerca storica) e delle istituzioni locali e provinciali sia civili che militari, il progetto aveva preso forma ed era approdato alla manifestazione sopra descritta. Un progetto affidato non solo alla visibilità di una pubblica cerimonia, ma sostenuto anche da una precisa ricostruzione storica, tradottasi infatti nel prezioso volumetto "Almeno la memoria", frutto di accurate ricerche di archivio e di interviste a molti dei personaggi coinvolti. La pubblicazione aveva un duplice obiettivo: abbinare il rigore della ricerca alla conservazione di testimonianze che il trascorrere del tempo rischiava di cancellare.

Da allora sono passati altri venti anni. L'esigenza di mantenere e rinnovare il ricordo di quei fatti resta più che mai viva e sentita. Lo dimostrano i molti che ogni 16 agosto si radunano alla Lapide della Meja per la messa in suffragio dei caduti, fedeli a una memoria che è divenuta parte integrante dell'identità del luogo e di tutta la valle Maira.

Messa 2005
Messa 2005
Messa 2005

La commemorazione del 16 agosto 2005 alla lapide della Meja; celebra la messa
Don Natale Gottero, già parroco di Canosio dal 1982 al 1988.
(Foto Roberto Clombero)

IL  FATTO
Particolare è per l'Italia quella fine degli anni trenta. Truppe italiane hanno partecipato alla guerra di Spagna, la conquista dell'Etiopia ha esaltato (e reso sordi e ciechi) un po' tutti, tanto da ignorare i rumori della  guerra che provengono dall'Europa. 
Il soldato italiano ha fatto in ogni circostanza il suo dovere, ma quanto ad armamento ed equipaggiamento non è molto cambiato rispetto a quello vittorioso nel 1918. La mobilità (vedi motorizzazione) resta un obiettivo cui ci si avvicina molto lentamente, salvo che per mobilità s'intenda quella assicurata dagli arti inferiori. Se si fa un pensiero alle immagini della seconda guerra mondiale, in particolare a quelle che più possono rappresentare ogni nazione belligerante, ci si accorgerà che, come l'America è simboleggiata da colonne di jeep e carri Sherman, così l'Italia lo è dalle colonne di fanti bersaglieri alpini in marcia su e giù per Libia, Egitto, Albania, Grecia e Russia.

Caso particolare quello degli alpini: creati per la guerra di montagna, la marcia rappresentò da sempre lo strumento base della loro mobilità. Una mobilità fra l'altro limitata dalla loro stessa missione primigenia: il presidio e la difesa del loro territorio, così bene espresse dal motto "Di qui non si passa". È a partire dalla seconda metà degli anni trenta che vengono introdotti nuovi criteri. Si passa alla creazione di grandi unità, vale a dire di Divisioni alpine: sono cinque, fra le quali la Cuneense con il 1° e il 2° reggimento, quest'ultimo formato dai tre battaglioni Borgo San Dalmazzo, Dronero e Saluzzo.  Il criterio d'impiego, fondato su una sostanziale staticità difensiva, è sostituito dal concetto dinamico di una mobilità anche offensiva, quella "dell'andare oltre".
 
Ciò ha nell'immediato una prima conseguenza pratica: l'adozione di programmi di addestramento in cui diventa elemento base di ogni esercitazione il movimento coordinato dei reparti, quasi una sfida alla natura impervia e frammentata del territorio montano.

Il Battaglione Dronero programma in quell'inizio del 1937 un'escursione invernale da tenersi fra il 26 gennaio e il 3 febbraio. La 18^ Compagnia risalirà la Valle Maira in sponda idrografica destra per Stroppo, Marmora, Canosio, Gardetta, Pratorotondo fino ad Acceglio, dove si congiungerà con la 19^ Compagnia, impegnata in un movimento simmetrico sull'altro versante.
Il tempo non è favorevole: il lunedì 25 inizia un'intensa nevicata che durerà tre giorni e scaricherà nella zona di Canosio, a memoria dei testimoni, almeno un metro di neve. La marcia dei soldati ne è naturalmente ostacolata e si fa più faticosa man mano che risalgono la valle. La 18^ Compagnia passa la prima notte a Stroppo, la seconda a Canosio ospitata nelle stalle.
Il giovedì mattina i militari proseguono per Preit, con meta la Gardetta, per poi scendere su Acceglio. La gente consiglia prudenza e la Compagnia si acquartiera al Preit. L'indomani i mitraglieri sono mandati a sparare contro la montagna per provocare artificialmente la caduta delle possibili valanghe.
Sabato 30 il maltempo è cessato, ma ci sono le condizioni per riprendere la marcia? Due gli ostacoli: la quantità di neve fresca caduta non ancora assestata e soprattutto il vento di scirocco. Gli alpini si mettono in formazione. Sono forse le 8,00 – 8,30 quando la gente esce di messa e, vedendoli pronti alla partenza, li sconsiglia con calore. Nella sua esperienza, ritiene infatti che sia massimo il rischio di valanghe.
E' qui che si verifica il "vulnus" che tuttora fa sanguinare il cuore dei valligiani. Il Capitano comandante rifiuta ogni osservazione e, secondo testimonianza diretta, dice "Gli alpini passano dappertutto.  Non hanno paura di niente.  Andiamo!".  Pietro Ponzo sente dire, come riporta nel suo libro Val Mairo la nosto, "Cosa vuole che sappia questa gente: sono solo rozzi montanari".
La colonna dei soldati vede in testa gli sciatori a battere la pista, gli altri seguono faticosamente con le racchette ai piedi.  Muli e salmerie sono rimandati indietro, sempre ad Acceglio, ma da raggiungere per la più sicura statale di fondo valle.

La tragedia avviene tra la mezza e l'una e mezzo del pomeriggio. Sono state superate le Grange Culausa (m. 1932), gli alpini tagliano il pendio cosparso di grandi massi che scende dai contrafforti occidentali della Meja. Si deve raggiungere la sella che a quota 2162 immette sul grande altopiano della Gardetta, chiuso a oriente dal colle della Margherina e a occidente appunto da quello della Gardetta. Il Capitano arriva alla sella con il plotone degli sciatori.  Il resto della compagnia sale lentamente, arrancando.
Con un grande boato cade la valanga e seppellisce 28 uomini.  Purtroppo non sono state rispettate le norme di sicurezza che vogliono un consistente intervallo tra uomo e uomo. Trascurato anche l'uso della lunga funicella rossa che, lasciata libera, faciliterebbe la prima ricerca dei sepolti e che invece fu trovata arrotolata alla vita di ognuno. Appare quindi subito improba la fatica di quanti s'impegnano nel cercare e liberare gli eventuali sopravvissuti. E' comunque grazie a questo intervento immediato che cinque alpini sono estratti ancora vivi. Arrivano gli sciatori, con il Capitano, richiamati da segnali a braccia. Cala il buio. Le ricerche sono interrotte e tutti rientrano a Preit, dove la popolazione si offre per fornire cibo e il calore di un rifugio. Nella notte, sono circa le quattro, arriva da San Michele di Prazzo la 19^ Compagnia, dopo una faticosissima marcia.
Il giorno dopo – è domenica 31 gennaio – i resti della 18^ e la 19^ Compagnia salgono sul luogo della valanga. Scavano per alcuni giorni, buona parte delle vittime sono rintracciate, ma per alcune si dovrà attendere la primavera e lo scioglimento delle nevi. Molte sono originarie delle Alpi Apuane per la regola che assegnava quei montanari toscani al 2° Reggimento alpini.

 Esercitazioni 1938
Esercitazioni invernali sull'altopiano della Gardetta nell'inverno 1938.
(Foto archivio Armando Farinacci) 

IL  DOPO
La notizia corre, ripresa con discrezione dai giornali. Viene data con l'accento sulla fatalità che ha colpito giovani vite impegnate nell'adempimento del dovere. Il 5 febbraio si svolgono a Dronero i funerali delle diciotto vittime ricuperate. Le fotografie documentano la solennità della cerimonia: sono presenti le più alte autorità militari e civili, il patriottismo unito allo spirito retorico del tempo ha toni altissimi e si accompagna alla forte partecipazione emotiva della gente. I riferimenti alla fatalità oscurano ogni "perché". Seguiranno il 3 giugno a Canosio i funerali dei cinque ritrovati in primavera e il 5 settembre, ancora dello stesso 1937, lo scoprimento della lapide che segna il luogo della tragedia.

Ben altri drammi incombono sull'Italia e in particolare sugli alpini della Cuneense, attesi nel 1942-43 dal supremo sacrificio nella campagna di Russia. Ma la valanga della Meja lascia un segno particolare che affonda le radici nella cultura storica della collettività valmairese, e non solo.

Un patrimonio da conservare. Sarà così rispettata la commozione del Generale Rittatore, così come i fiori del Colonnello Carlo Chiusi.  Chi era costui? Maggiore, comandava in quel triste gennaio 1937 il Battaglione Dronero e aveva seguito di persona il movimento della 19^ Compagnia, salvo spostarsi anch'egli a Preit appena giunta la notizia della disgrazia. Di origine lombarda, alpino della Grigna, aveva poi sposato una dronerese; finita la guerra (ufficiale di collegamento in Russia con i comandi tedeschi) aveva adottato Dronero quale residenza. Mantenuto vivissimo l'amore per la montagna, percorreva le vecchie strade militari e compiva passeggiate in quota. Una delle mete fisse era il Vallone di Canosio, quindi Preit e da lì il luogo della valanga. Suo era il mazzolino di genziane, di rododendri o di garofanini che spesso ornava il piede della lapide.

Carlo Chiusi

Almeno la memoria
gli altri scritti dell'opera

 

 

 

 
 
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