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Venerdì 28 luglio 2017
SS. Nazario e Celso martiri


 

Valanga1937 \ Giovanna Poracchia


30 genouvièr 1937: la valancho
di Giovannina Maria Poracchia
da La memorio de la Val Mairo,
a cura di Secondo Garnero

pg49_poracchia.JPG(49317)

Giovannina Maria Poracchia, a destra, sua sorella Costantina, a sinistra, la signora Giacomina, al centro.
(da "La Memorio de La Val Mairo"Secondo Garnero)

"L'èro en pién invern e, fin al 26 ou 27 genevièr lou témp s'èro mantengù encà abastanso bén, rén tanto néou. Na nosto amizo, la fijo de l'oste dal Préit, nouz avìo dich que la duvìo venìr na coumpanhìo d'alpin a far i camp invernal. Alouro jo i aspetàvoun.
Ma la matinà del 28 genouvièr se sién desvejà que avìo scazi en métre de néou sénso esagerar; avén pensà: "I vénen mai pus aboù aquést brut témp", ma dentourn 9 oùres l'es vengù l'oste a chamar a papà de pales pér palar la néou que na chalanchéto avìo pourtà tuchi i counduchént en Mairo e co le bèstie: touto la gént soun anà ajuàr e paréch i soun sta tuchi salvà, ma i a agù damanco que la gént i jan ristourà, co i mul. La nosto cazo èro piéno d'souldà. Papà ous avìo viscà la stuo e lou fournèl; aquél journ sién sta senso meréndo (pranzo) per ristourar aquì bràou alpin. La coumpanhìo aboù lou capitanas (tèsto mato) aj i squernìo encà ("Avevate fifa! Avevate lo spaghetto!", continuava a dire). I se soun fermà dui journ al Prèit, lou 28 e 29 e la matinà dal 30 i soun partì per anar encontre a la mort.
I shiatour aboù lou capitani i èroun partì primo, i èroun jo a la Gardétto, devìoun calar a Aséi, invéche i an duvù tournar aréire e venir enté la chalancho avìo pourtà vìo 28 alpin; 5 i soun encà riussì a salvesse e j'àouti 23 i soun sta soutrà aboù quissà canti métre d'néou. Tout pér coulpo d'aquélo tèsto mato dal capitani qu'avìo rén vourgù scoutàr la gént dal paìs que i avìoun dich que l'èro pericoulous.
Nouzàouti se ricordén encà tantou bén d'aquì journ que se desmentiarèn jomai. Tuchii an, lou 16 agoust, la gént, aquiji que j'an le chambe bone, vanèa la "lapide", ai pè dla Méio.
Non mi dilungo più, sarebbe troppo triste".

Intervistata nell'inverno 2006/2007, in occasione della presente pubblicazione, Giovannina Maria Poracchia ha ricordato l'episodio con un nuovo scritto (qui in tondo) che va ad integrare quello citato e tradotto nel libro "La memorio de la Val Mairo" di Secondo Garnero (corsivo).

30 gennaio 1937: la valanga

Sembra ieri che sia accaduta questa grande disgrazia degli Alpini, i quali per obbedienza al loro superiore sacrificarono la loro giovinezza, travolti da una valanga in alta montagna, sotto Rocca la Meja, in un luogo molto pericoloso.
Da allora sono già passati 70 anni, ma è ancora vivo il ricordo, tanto fu il dolore che destò sia nel mondo militare che in quello civile. Certamente nell'ambiente militare sarà stato ancora più sofferto, e ogni anno le Autorità li ricordano con una Messa di Suffragio il giorno dopo l'Assunta, il 16 agosto. Molte macchine salgono su alla Lapide, dove sono scritti i nomi di questi 23 alpini, eroi della montagna.
In quel lontano gennaio del 1937 io, Giovanna, ero appena sedicenne…

Si era in pieno inverno e fino al 26 o 27 gennaio il tempo si era mantenuto bello, non tanta neve [fu buono e mite]. Una nostra amica, la figlia dell'oste del Preit, ci aveva detto che doveva arrivare una compagnia d'alpini a fare i campi invernali.
Allora li aspettavamo già.

Ma la mattina del 28 gennaio ci siamo svegliati che c'era quasi un metro di neve, senza esagerare; abbiamo pensato: "Non vengono mai più con questo brutto tempo", ma purtroppo attorno alle ore 9 è arrivato l'oste a chiedere a papà delle pale [intendi: dei badili] per spalare la neve perché una piccola valanga aveva portato tutti i conducenti nel Maira insieme alle bestie: tutta la gente è andata ad aiutare e così sono stati tutti salvi, ma fu necessario che la gente li ristorasse, compresi i muli [questi li misero in una grande stalla e furono ristorati con fieno e paglia].
La nostra casa era piena di soldati. Papà aveva acceso la stufa ed il camino [per far asciugare i vestiti; offrì anche del latte caldo]; quel giorno siamo state  senza pranzo per ristorare quei bravi alpini. La compagnia con il capitano (una testa matta) li prendeva ancora in giro ("Avevate fifa! Avevate lo spaghetto!", continuava a dire). Si son fermati due giorni al Preit, il 28 e il 29 [perché continuava a nevicare], e la mattina del 30 [sabato] sono partiti per andare incontro alla morte.

Il capitano Trevisan, uomo insensibile e senza cuore, a tutti i costi li volle far partire, su per la montagna; a nulla valsero i buoni e saggi consigli della gente del posto, che ne sapeva molto più di lui dei pericoli del percorso con la neve fresca, anzi li trattò anche male, da rozzi montanari! Ah, quando penso a quelle parole provo ancora risentimento.

Gli sciatori con il capitano erano partiti prima, erano già alla Gardetta, dovevano scendere ad Acceglio, invece han dovuto tornare indietro e venir dove la valanga aveva portato via 28 alpini; 5 son riusciti a salvarsi e gli altri 23 sono stati seppelliti da chissà quanti metri di neve.

Il secondo plotone con le racchette era guidato dal Tenente Gino Marchioni; seguirono il cammino tracciato dal primo gruppo, che li condusse alla morte attraversando la pietraia di Rocca la Meja. L'ultimo alpino della Compagnia si salvò perché dovette fermarsi per aggiustare le racchette. In quel momento scese una nebbia fitta: era la valanga che travolse i suoi compagni. Quelli che si salvarono, si misero a gridare a gran voce, per farsi sentire dai primi che erano già vicino alla Gardetta, e così tornarono indietro.

Tutto per colpa di quella testa matta del capitano che non aveva voluto dare ascolto alla gente del paese che gli avevano detto che era pericoloso. Noi ci ricordiamo bene di quei giorni tanto che non li dimenticheremo mai.
Appena la notizia giunse al Preit, suonarono le campane, e per due o tre giorni molta gente del paese e dei dintorni lavorarono incessantemente. Vennero le altre compagnie del Battaglione Dronero e riuscirono a trovare 18 corpi, li deposero nella Chiesa del Preit e poi trasportati a Dronero, dove si svolsero le esequie il 6 febbraio: un funerale molto commovente. Nella primavera del 1937, nel mese di maggio, le Autorità militari vennero di nuovo al Preit con la compagnia del 18° Battaglione Dronero, per togliere dalla neve gli altri 5 alpini rimasti sotto la valanga. I loro corpi erano ancora intatti, ma esposti all'azione dell'aria iniziarono presto a sciogliersi e scomporsi. Appena ritrovati li portarono subito a Canosio, e da qui direttamente ai loro paesi di origine. In autunno, nel mese di settembre, ritornarono a deporre la Lapide con i nomi di quei poveri alpini, che non sono mai  stati dimenticati.

Giovanna Poracchia
Costantina e Giovanna Poracchia con il papà Claudio
e un gruppo di alpini al Preit, nell'anno della valanga.
(da "La Memorio de La Val Mairo", Secondo Garnero)

Ogni anno, il 16 agosto, la gente, coloro che hanno le gambe buone, vanno alla lapide ai piedi della Meja.

Nel 1987, dopo cinquant'anni, le Autorità vollero ricordare la ricorrenza in modo più solenne, facendo celebrare 3 messe. La prima il 30 gennaio, nel giorno della sciagura, ma a Canosio poiché al Preit non si poteva salire con le macchine, a  causa della neve. La seconda prima dell'estate, domenica 5 giugno, in ricordo anche degli alpini ritrovati  fra la metà di maggio e il 3 giugno; oltre alle Autorità civili e militari, erano presenti anche molti parenti di tutti i caduti. Io non c'ero, ma mia sorella mi raccontò che parlò un Generale, Vittorio Rittatore, il quale conosceva a uno a uno quei poveri alpini, avendo fatto loro istruzione militare da giovane Tenente quando erano reclute, forse nel 1935-36. Per tutto il tempo della Messa, egli non potè trattenersi dal piangere. La terza Messa, come sempre, il 16 agosto: quell'anno fu celebrata dal Monsignor Vescovo di Saluzzo, Mons. Sebastiano Dho, ora vescovo di Alba, e da 4 sacerdoti; la lapide fu ripulita perché già sbiadita dal tempo, e la strada un po' aggiustata dalla Comunità Montana.

Preit nel 1917
Il Preit nel 1917. (Riproduzione di cartolina d'epoca)

Giovanna Poracchia

Giovannina Maria Poracchia, nata nel 1921, è originaria di borgata Colombero (1798m), nel vallone laterale sopra il Preit che da Grange Selvest, attraversato il ponte, devia a sinistra per La Valletta e il Lago Nero. Da qui si scendeva al Preit soltanto con l'anno nuovo, in pieno inverno, almeno fino al 1928.
Primogenita di due sorelle, con allargamento della famiglia a due cuginetti (un bambino e una bambina), adottati in seguito alla morte per febbre spagnola dei loro genitori (in realtà i cugini erano tre, ma uno morì giovanissimo; anche Giovannina ebbe un fratello) Nel 1925 perse la mamma; conseguita la Terza Elementare nel 1932, si fermò al Preit per aiutare l'adorato papà nei lavori dei campi e con il bestiame, diventando una delle testimoni più attente e argute di un tempo e di una cultura ormai scomparsa, nelle piccole e grandi vicende che si sono susseguite in una piccola comunità alpina della Valle Maira.
Secondo Garnero, in "La memorio de la Val Mairo", dedica un intero capitolo ai suoi scritti, tracciandone il seguente profilo: "L'incontro con la signorina Poracchia Giovannina Maria e con sua sorella, signora Ambrogia Costantina, […] è stato tra i più straordinari e tra i più ricchi e fecondi che il mio indagare mi abbia propiziato. Mi sono trovato di fronte a testimoni sorprendenti e singolari per la conoscenza del mondo in cui sono nate e vissute, per la consapevolezza della complessità culturale di ogni singola esistenza e per la lucidità dei ricordi. Ma ancora più incredulo sono stato quando ho verificato con quale destrezza e sicurezza la signorina Giovannina maneggia quello strumento speciale che è la lingua, la lingua madre, il provenzale, e la lingua appresa, l'italiano. Gli anni trascorsi lontano dal paese natio sembrano non contaminare la freschezza e la genuinità della testimonianza, arricchita anche dall'efficacia della comunicazione.
Gli scritti della signorina Poracchia tracciano un quadro completo della cultura della nostra gente. Nessun campo viene tralasciato, dal mondo del lavoro alla famiglia, all'educazione, alla scuola, alla religione, alle tradizioni, alla storia, all'emigrazione, al gioco, all'amore, al denaro, alla morte, alle leggende e molti altri. Ella è la custode di una cultura antica, profonda, trasversale in Europa".
Salutiamo Giovannina sorridente e serena alla Casa di Riposo di Stroppo, circondata dall'affetto dei familiari e dagli amici che ogni tanto passano a farle visita. Ecco un suo ultimo aneddoto legato in qualche modo alla valanga: "Giunti al primo anniversario dalla tragedia, a mezzanotte del 24 o del 25 gennaio 1938, il cielo fu illuminato a lungo di un rosso sangue. Un nostro cugino ci disse che era un segno di cattivo augurio, mentre qualcuno parlò di aurora boreale. Venne la guerra, e fu lunga e terribile".

Prei nel 1965
Il Preit nel 1965. (Riproduzione di cartolina d'epoca)

Almeno la memoria
gli altri scritti dell'opera

 
 
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